|
Una scheda di
raccordo su uno strumento di lavoro che,
dal XVI secolo, è giunto fino alle soglie del '900. Con un'ipotesi sulla sua origine e quattro esempi d'uso
improprio che ne testimoniano la quotidianità.
(A cosa serve una scheda di raccordo? A riunire e riordinare i dati raccolti su di un
argomento che ci sta a cuore e a derivarne delle domande su questioni da approfondire,
forse in attesa che un corto circuito ci riveli la radice del nostro interesse.) |
L'AUTORE GIANFRANCO BETTEGA vive e lavora a Primiero.
Si occupa di storia del territorio. |
Angér, menadàs, fluitazione
L'angér (o anghiere) è un arpione dal lungo manico usato per la movimentazione dei
tronchi durante la fluitazione, ovvero il trasporto del legname sui corsi d'acqua.
I tronchi possono essere sciolti (fluitazione libera) o riuniti in zattere (fluitazione
legata), secondo la navigabilità o meno del corso d'acqua.(1)
La fluitazione libera (detta menàda) era praticata dai menadàs che -
per indirizzare e disincagliare i tronchi stando sulla riva e talvolta anche entrando in
acqua - usavano pertiche, zappini, mannaie e corde, ma soprattutto l'angér.
Lo strumento è costituito da una lunga asta molto flessibile (probabilmente in frassino),
che reca all'estremità un ferro con puntale (o cuspide) più o meno lungo,
affiancato da un rostro (o raffio) ricurvo e appuntito.
Grazie alla lunga asta, gran parte delle operazioni di movimentazione potevano avvenire
stando a riva. Se la cuspide serviva per sospingere i tronchi, con il raffio si poteva
agganciarli e tirarli a sé. La flessione del manico permetteva, con una sorta di colpo
di frusta, di piantare saldamente nel tronco il rostro appuntito. Come si può
evincere da un filmato
risalente al 1928, l'operazione comportava
forza di braccia e destrezza nell'usare l'arnese ma anche, nelle molte situazioni di
pericolo, prontezza di riflessi e spericolatezza.(2)
L'asta
Giovan Battista Rossi, così descrive forma e uso dell'anghiere a Cencenighe(3): una pertica (angièr) lunga 12 metri, una pertica di
media lunghezza (8 m) e un'altra ancora molto robusta, lunga m 3-3,5; tutte e tre erano
munite ad una estremità di due uncini di ferro, fissati con una ghiera, uno posto nella
stessa direzione dell'asta e l'altro ad angolo retto. Il primo serviva a spingere nella
direzione voluta, il secondo per spostare il legname trascinandolo in ogni senso.
Quando i tronchi si aggrovigliavano e tanti rimanevano fermi, ne afferravano uno, detto
piloto, con l'angièr e lo spingevano a cozzare contro gli altri con forza fin che avevano
ripristinato sopra l'acqua un varco che doveva avere una larghezza da 1 a 3 metri circa.
Per verificare l'elencazione delle tre differenti lunghezze dell'asta, è utile riassumere
le numerose fonti iconografiche a disposizione. Diamo pertanto qui di seguito un elenco
delle raffigurazioni a noi note, derivandone una stima della lunghezza della pertica.
| data |
località |
documento |
autore |
dati |
| a. inizi XVII sec. |
Belluno (?) |
disegno di
zattiere (?) |
Iseppo Paulini (4) |
lunghezza m 1,80 ca |
| b. inizi XVII sec. |
Bruscaglieta (Roma) |
disegno di zattieri |
Cornelio Meyer (5) |
lunghezza m 2,40 ca |
| c. post 1631 |
Sorriva di Sovramonte (Bl) località
Pontera |
affresco a
memoria della peste del 1631 |
|
lunghezza m 1,80 ca |
| d. 1720 |
Venezia, sacca della Misericordia |
incisione con uomini che smantellano le
zattere |
Domenico Lovisa (6) |
lunghezza m 2,10 / 2,40 ca |
| e. 1829 |
Pont'alto sul Cordevole (Bl) |
incisione
con attrezzo usato da tre menadàs assieme |
L.W. Martens (7) |
lunghezza m 7,50 ca |
| f. inizi XX sec. |
Perarolo (Bl), ponte sul Boite |
foto di menadàs (8) |
|
lunghezza m 4,00 ca |
| g. inizi XX sec. |
Perarolo (?, Bl) |
foto di menadàs (9) |
|
lunghezza m 3,60 ca |
| h. inizi XX sec. |
Codissago (Bl) |
foto di menadàs (10) |
|
lunghezza m 2,00/2,20 ca |
| i. inizi XX sec.(?) |
Romania |
foto di zattieri bellunesi (11) |
|
lunghezza m 2,10/3,80 ca |
| l. 1901 |
Rucorvo (Bl) segherie di Venago |
foto del menadàs Giacomo Zangrando
"Calvi" e famiglia (12) |
|
lunghezza m 3,20/3,40 ca |
| m. 1906 |
Trento |
foto di zattieri sull'Adige (13): |
G. B. Unterveger |
lunghezza m 4,30 ca |
| n. primi decenni del '900 |
fiume Drava |
foto di zattieri di Codissago (14) |
|
lunghezza m 2,20/3,10 ca |
| o. 1920 ca |
Codissago (Bl) |
foto di zattieri (15) |
|
lunghezza m 3,10 ca |
| p. 1922-23 |
Sedico (Bl) località Meli |
foto di menadàs (16) |
|
lunghezza m 2,80/3,20 ca |
| q. 1929 |
Canale d'Agordo (Bl) località Val |
foto dell'ultima menàda sul Biois (17) |
|
lunghezza m 2,40/3,20 ca |
| r. 1930 ca |
Longarone (Bl) segheria Malcom |
foto di menadàs (18) |
|
lunghezza m 3,40 ca |
| s. 1930 ca |
Longarone (Bl) segheria Malcom |
foto di menadàs (19) |
|
lunghezza m 3,40 ca |
| t. 1942 |
Perarolo (Bl) |
foto dell'ultima menàda sul
Boite (20) |
|
lunghezza m 3,20/3,40 ca |
Da questa breve rassegna iconografica, possiamo
derivare alcune constatazioni e nuovi quesiti. Da una parte vediamo confermata la varietà
di lunghezze dell'asta segnalata da Rossi; dall'altra ci pare di poter registrare (fatte
salve le imprecisioni dei disegnatori) un progressivo allungarsi del manico: dalle misure
attorno ai 2 metri del Sei-Settecento, ai 3,20 di media del Novecento. Benché non abbiamo
sotto mano nessuna immagine di una pertica da 12 metri, l'incisione del 1829 ci conferma
invece la tipologia da 8 metri circa, manovrata da più uomini. La suddivisione di Rossi
risulta quindi confermata nella sostanza e arricchita dall'informazione sull'uso a più
braccia degli anghieri più lunghi.
Le nuove domande che ci possiamo porre sono di due ordini: quali mutamenti operativi
avrebbero indotto, nei secoli, l'allungamento della pertica? O non si tratta piuttosto di
differenti situazioni di lavoro (torrente vs fiume, zattieri vs menadàs, lavoro a
riva vs lavoro in acqua)? E come ha influito questa variazione dell'asta su forma e
dimensioni del ferro?
Il ferro
Per una prima analisi dei tipi di ferri montati sugli anghieri, ci possiamo avvalere
di un corpus di 37 oggetti, perlopiù privi di asta.(21)
Li elenchiamo qui con riferimento alla zona di conservazione, al tipo costruttivo che di
seguito descriviamo e alla lunghezza massima del ferro.(22)
| tipo |
località |
lunghezza (cm) |
riferimento documentazione |
| A |
s.l. |
20,0 |
A 33 |
| A |
Susegana (Tv) |
32,0 |
A 440 f |
| A |
Caoria (Canal San Bovo - Tn) |
53,0 |
A 446 |
| A |
Susegana (Tv) |
41,0 (spuntato) |
A 450 a |
| A |
Olle (Borgo Valsugana - Tn) |
34,5 |
A 499 e |
| A |
Feltre (Bl) |
30,0 |
A 499 f |
| A |
Finsterau (D) Bayerischer Wald Museum |
33,3 |
A 500 a |
| A |
Finsterau (D) Bayerischer Wald Museum |
35,8 |
A 500 b |
| A |
Finsterau (D) Bayerischer Wald Museum |
20,5 |
A 500 c |
| A |
New Zeland |
48,3 |
A 711 |
| A |
Neuerburger (D) |
|
La via del fiume, p. 185 a |
| A |
Port |
|
La via del fiume, p. 185 b |
| A |
Port |
|
La via del fiume, p. 185 c |
| A |
Venezia |
|
La via del fiume, p. 311 |
| A' |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
27,5 |
A 493 a |
| A' |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
19,5 |
A 493 b |
| A'' |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
11,8 |
A 440 e |
| A'' |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
39,0 |
A 450 b |
| B |
Codissago (Bl), Centro
internazionale di studi sulle zattere |
16,3 |
A 197 a |
| B |
Codissago (Bl), Centro internazionale di
studi sulle zattere |
13,3 |
A 197 b |
| B |
Ponte Serra (Sovramonte - Bl) |
20,0 |
A 32 a |
| B |
Ponte Serra (Sovramonte - Bl) |
25,0 |
A 32 b |
| B |
Bellotti (Sovramonte - Bl) |
22,5 |
A 32 c |
| B |
Vanoi (Canal San Bovo - Tn) |
16,0 |
A 435 |
| B |
Valstagna (Vi) |
18,0 |
A 440 a |
| B |
Valstagna (Vi) |
35,0 |
A 440 b |
| B |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
22,5 |
A 440 c |
| B |
Susegana (Tv), Museo dell'Uomo |
18,5 |
A 440 d |
| B |
Feltre (Bl) |
36,3 |
A 499 a |
| B |
Feltre (Bl) |
27,0 |
A 499 b |
| B |
Feltre (Bl) |
18,3 |
A 499 c |
| B |
Feltre (Bl) |
15,5 |
A 499 d |
| B |
s.l. |
|
Dai monti alla laguna, p. 180 |
| B |
s.l |
|
Zattere, zattieri e menadàs, p. 238 A |
| B |
s.l. |
|
Zattere, zattieri e menadàs, p. 238 B |
| C |
Siror (Tn) |
12,0 |
A 588 |
| C' |
Pont'alto sul Cordevole (Bl) |
|
Dai monti alla laguna, p. 123 |
L'esame dei ferri ci permette di darne una
descrizione per tipi costruttivi generali (A, B e C) e di individuarne altresì
delle varianti per riduzione funzionale (A', A'' e C'), nonché alcune varianti
dimensionali e costruttive.
Tipo A
Questo ferro è fabbricato a partire da un'unica
barra metallica: puntale e raffio sono ottenuti per bipartizione longitudinale di un suo
estremo. Le due verghe così ottenute vengono quindi appuntite e modellate. L'altra
estremità della barra è invece appiattita in due lembi che poi si ripiegano per ottenere
un'immanicatura cilindrica. La lunghezza complessiva del ferro è in media di 30 cm ca, ma
può in qualche caso anche oltrepassare i 50 cm.(23)
Il puntale è di regola diritto, di sezione quadrata e pari ai 4/10 della lunghezza totale
del ferro.
Il raffio, anch'esso a sezione quadrata, è in genere sagomato a semicerchio di diametro
attorno ai 7/10 del puntale.
Il cilindro di immanicatura ha un diametro esterno di circa 4 cm (pari a una sezione del
manico di circa 3,5 cm) e altezza di volta in volta variabile. I due lembi sono spesso
sovrapposti e recano dei fori contrapposti per i chiodi di fissaggio.
Tra l'immanicatura e la forcella tra le due estremità appuntite si trova spesso un tratto
intermedio di raccordo che può raggiungere anche i 15 cm.
Le varianti costruttive più significative sono la curvatura del puntale, più o meno
accentuata, in direzione opposta a quella del raffio (24) e
la piegatura della punta del raffio, così da darle direzione ortogonale al manico.(25) In questa maniera, il rostro può essere piantato
tangenzialmente al tronco da movimentare, anziché abbracciarne la circonferenza (vedi illustrazione).
Alle numerose varianti formali e dimensionali del tipo A si accompagnano anche due
varianti per riduzione funzionale del ferro.
La prima (A'), testimoniata da due pezzi, consiste nell'atrofizzazione e scomparsa del
puntale e, con esso, della funzione respingente dell'anghiere. Se in un caso (26) il puntale è ancora presente, seppur ridotto a una
modesta appendice ad "L" sul dorso del raffio (vedi
illustrazione), nell'altro esempio (27) esso è del
tutto assente e l'anghiere si riduce a un grande uncino molto aperto.
La seconda variante (A"), documentata da due oggetti molto differenti tra loro,
registra invece la caduta del raffio e riduce l'anghiere a una sorta di asta appuntita che
non permette di agganciare i tronchi. Nel primo esempio (28)
l'attrezzo si riduce a un lungo cono metallico acuminato innestato su una grossa asta
(diametro interno 2,5 cm, lunghezza del ferro 39 cm), nel secondo (29) esso invece assomiglia a un semplice puntale di piccozza
o di alpenstock (diametro interno 1,8 cm).
In tutte queste varianti assistiamo a una despecializzazione dell'attrezzo che, perdendo
la combinazione di due funzioni (traente e respingente) viene ad assomigliare a oggetti di
più largo uso, allontanandosi così dall'ambito specialistico della fluitazione. Questi
casi introducono quindi la questione dell'origine dell'anghiere come derivato da attrezzi
peculiari di altre attività (militari, boschive, minerarie...) e, assieme, quella dei
suoi usi impropri nella vita quotidiana.
Tipo B
Peculiarità di questo tipo è la sua suddivisione
in due componenti fisicamente distinte: l'anghiere vero e proprio e il sistema di
fissaggio all'asta. Puntale e raffio, quasi rettilinei, sono uniti ortogonalmente, a forma
di "T" molto allargata la cui traversa è fissata a pressione, tangenzialmente
all'asta, da un robusto anello metallico. La lunghezza complessiva del ferro, abbastanza
contenuta rispetto al tipo A, è nell'ordine dei 18-20 cm, può ridursi fino a 13 cm (30) e raggiunge eccezionalmente i 35 cm in qualche esemplare
dal puntale allungato.(31)
Dovendo combaciare con l'asta, il lato lungo del ferro rimane perfettamente rettilineo
fino all'altezza dell'innesto del raffio, per poi curvare leggermente in modo che la
cuspide del puntale risulti quasi in asse con il manico.
Il puntale ha sezione quadrata, talvolta ruotata di 45° rispetto al resto del ferro.(32) La sua lunghezza è in rapporto pressoché costante
(circa il 30%) con quella complessiva del ferro.
Il raffio, appena più corto del puntale, ha invece sezione rettangolare abbastanza alta
ed è leggermente ripiegato verso il basso, così da facilitare la presa del rostro.
Anche l'estremità opposta al puntale si assottiglia, in modo da formare una grappa
ripiegata ad angolo retto che si innesta, con apposita tacca, nel corpo del manico.
Si evita così lo sfilamento del ferro il cui bloccaggio è garantito dal robusto anello
(diametro 5 cm ca, altezza 2/3 cm) infilato a pressione nell'asta naturalmente conica.
Fatta eccezione per il già accennato allungamento del puntale, le varianti costruttive di
questo tipo sono davvero minime e riguardano la conformazione più o meno appuntita e
cilindrica della piccola grappa di fissaggio.
Non si sono rintracciate varianti funzionali.
Tipo C
Questo tipo è testimoniato da un solo esemplare di
anghiere e da una sua variante funzionale.(33) La sua
diffusione rimane quindi incerta e la stessa descrizione che ne diamo potrebbe necessitare
di precisazioni.
Ferro corto e anello, di forma simili a quelli del tipo B, sono qui solidali tra loro.
Il puntale, molto ridotto e dritto, misura appena 5,4 cm ed ha sezione piatta.
Il raffio, anch'esso a sezione rettangolare, presenta la curvatura verso il basso già
osservata nel tipo B. Il rapporto tra i due elementi è a favore di quest'ultimo che
misura 8,8 cm.
L'anello di immanicatura, intero e più alto che nel tipo precedente (diametro interno 3,3
e altezza 7,0 cm), presenta, come nel tipo A, dei fori laterali per i chiodi di fissaggio.
L'unica variante funzionale, che sembrerebbe addirittura precedere il tipo B, è
documentata dall'anghiere senza puntale raffigurato da un disegno del 1829 (34), manovrato da tre uomini.
A conclusione di questa descrizione dei tipi di
anghiere, occorre sottolineare come tutte le testimonianze iconografiche del tipo A siano
costituite da disegni (riferibili al XIX secolo o ad epoche anteriori), mentre il tipo B
è documentato solo da fotografie. Ciò farebbe pensare a una successione cronologica
delle due soluzioni funzionali e costruttive.
In questo caso, i tipi B e C sarebbero da considerare derivati dall'A per accentuazione
del funzionamento a percussione del raffio, anche in relazione ai già segnalati
allungamento e maggior elasticità della pertica.
La limitatezza dei dati a disposizione non permette tuttavia né una datazione attendibile
dei singoli pezzi, né la formulazione di ipotesi definitive sullo sviluppo del processo
tipologico e sui rapporti cronologici tra i vari tipi.
Per il tipo B sorge poi un'ulteriore dubbio: la sua strutturazione in due pezzi facilmente
smontabili deriva forse dall'uso di manici a perdere? In particolare: gli zattieri
avevano l'abitudine, una volta giunti al porto e smantellata la zattera, di staccare il
ferro dalla stanga in modo che quest'ultima non ingombrasse nel ritorno? Nessuna fonte
accenna a questa possibilità, peraltro plausibile. Si tratta di savoir faire perso
con le ultime testimonianze dirette?
I parenti dell'angér
L'uso proprio dell'anghiere è descritto in Primiero a partire dalla metà dell'800,
ma la fluitazione del legname è documentata, sul Cismon, almeno dal 1370.(35) Benché Fortunato Fratini (36)
dipinga i menadàs come i moderni figli degli antichi dendrofori di cui parlano
le storie romane, non ci risulta esistano documenti certi di continuità tra
Antichità e Medioevo, né conosciamo per i secoli anteriori al XVI descrizioni di
attrezzi simili all'angér.(37) La questione di
quando e dove sia nato l'anghiere rimane quindi aperta, risalendo (come vedremo tra poco)
al 1584 la sua più antica citazione a noi nota.
Per meglio capire origini ed evoluzione
dell'attrezzo, può forse ritornare utile un raffronto con lo sviluppo delle armi da
fanteria tra XIII e XVI secolo. La documentazione del periodo precedente l'uso massiccio
di polvere da sparo, testimonia una notevole varietà di tipi di armi
in asta (38) usate dai soldati a piedi, sia per
contrastare e disarcionare la cavalleria, sia nelle fasi di assedio.
Nei reparti di fanteria che combatterono tra XV e XVI secolo, i lanzichenecchi usavano
picche di cinque-sei metri.
Nelle file posteriori erano in uso
ulteriori tipi di armi ad asta, la cui origine risaliva agli attrezzi agricoli:
dall'accetta derivavano ad esempio l'alabarda, con la lama rettangolare, la cuspide ed il
becco di falco da presa, come pure la scure con la lama a mezzaluna; la forca da fieno fu
invece presa a modello per la forca d'assalto; dalla lama allungata del coltello e della
falce si sviluppò la guisarma, mentre il falcione era la rielaborazione di un coltello da
vendemmia. Un tipo particolare di arma in asta adottata a partire dal XIII secolo a
Trieste è lo spiedo alla furlana, in cui la cuspide è accompagnata da due grappini
d'arrembaggio rivolti verso l'esterno.(39)
Ronca, falcione e spiedo alla
furlana (quest'ultimo in dotazione soprattutto all'esercito della Serenissima (40) ) posseggono in effetti degli elementi di similitudine
con gli anghieri.
La ronca, benché di sezione piatta e affilata, ha il
profilo con puntale e raffio analogo a quello dell'anghiere tipo A.(41)
Il falcione reca un raffio ad L, simile a quello della variante A'.(42)
Lo spiedo alla furlana (o spetum) infine sembra
proprio un raddoppio simmetrico degli anghieri di tipo A.(43)
Un secondo ambito professionale in cui si
usarono attrezzi simili agli anghieri fu, tra XVI e XIX secolo, quello minerario.
I trattati di tecnica mineraria che nel XVI secolo fiorirono in area tedesca, testimoniano
dell'uso di un attrezzo in dotazione agli Holzmeister
(ovvero i lavoranti minerari specialisti in legnami, sia per le strutture che da fuoco):
un'asta di circa 2 metri recante un ferro a due raffi (rivolti l'uno in basso e l'altro in
alto) e, agli estremi del manico, due corti puntali.(44)
L'uso di attrezzi analoghi all'angér è anche testimoniato dall'Agricola nel suo
diffusissimo trattato a stampa. Si tratta di aste lunghe meno di 2 metri, denominate contus uncinatus, che recano un normale uncino.(45)
L'uso di attrezzi analoghi si protrarrà fino al primo Ottocento. Così almeno sembra di
poter arguire da un acquerello di quell'epoca dove si
ritraggono due minatori con attrezzi molto simili agli anghieri tipo A: il primo con
rostro più ampio e ricurvo, il secondo più rettilineo e ortogonale al manico; entrambi
con puntale corto.(46)
Il confronto con i due mondi paralleli -
militare e minerario - mette in evidenza analogie e scambi di rilievo per comprendere
l'evoluzione dell'anghiere.
Il rapporto col mondo militare sembra importante soprattutto sul piano dei sistemi
costruttivi e delle soluzioni formali: un dare e avere che andrebbe però esaminato
più ampiamente, ad esempio analizzando i non solo gli armamenti delle formazioni di
fanteria, ma anche quelli degli insorti delle guerre contadine in Tirolo.
La correlazione con il mondo minerario fu senz'altro più intensa, dettata dalla
dipendenza di quest'ultimo dalla risorsa legno: laddove mancano legno e carbone,
l'attività estrattiva muore. Questo fu ben chiaro, anche a scala locale, fin dalle Ordinazioni
sopra le selve in Primiero ed in Tesino emanate nel 1558 da Ferdinando I d'Asburgo (47), nelle quali i due ambiti economici sono trattati come un
tutt'uno. E tali rimarranno fino agli albori del XX secolo, cioè all'introduzione di
nuove vie e mezzi di trasporto e di nuove fonti di energia (elettrica e da idrocarburi).
In quel contesto sembra naturale che tecniche e strumenti, angér compreso, debbano
essere analizzati a tutto campo e non solo in relazione alla fluitazione.
Usi impropri
A sostegno di ciò ci sembra utile segnalare quattro descrizioni di usi
dell'anghiere al di fuori dell'ambito della movimentazione dei legnami. Non si tratta
tanto di descrizioni sorprendenti e di colore, quanto piuttosto di testimonianze di
usi alternativi, in contesti inaspettati.
24 giugno 1584, Malnisio (Pn)
Tarda notte: sera della sagra di San Giovanni. Si beve e si gioca a morra.
Pré Odorico, già pievano di Montereale e reo di aver accusato il mugnaio Menocchio
all'Inquisizione, incontra alcuni dei suoi ex parrocchiani.
Discorrendo animatamente con uno di loro, accusa: Vui siete tutti becchi fatti et diti.
L'affermazione suona quasi vanteria.
Si viene alle mani e volano dei sassi.
Nella rissa, il prete butta a terra Sagaia da Grizzo. Riferisce: detto Sagaia cascò,
per essere imbriago et subbito fui circondato da molti di Montereale, con diverse armi,
cioè linghieri et spade et uno con un manarino.
Quest'ultimo cerca di colpire il pievano con l'accetta.
Il cognato di Menocchio tenta invece di infilzarlo col linghiro, ma gli lacera solo
il giubbone.
Pré Odorico estrae il pugnale, si difende e scappa. Ma uno degli aggressori lo aggancia
col linghiro e lo trascina a terra.
Si rialza.
La gente grida che stanno ammazzando un prete e lo incita a fuggire.
Nel trambusto riesce a rifugiarsi in una casa.
Salvo.(48)
1631, Sorriva (Bl)
La peste decima la gente di Sovramonte.
Le vittime sono talmente numerose che si appronta una fossa comune in fondo alla Ponterra,
in località oggi detta Pian dei Mort, dove ancora si scorgono i tumuli.
A pericolo scampato, nel 1633, si costruiscono una cappella alla Madonna delle Grazie e,
dirimpetto, un capitello votivo. Vi sono raffigurati
sette uomini che, con anghieri e corde, trascinano lungo la pontèra i cadaveri
degli appestati.
28 novembre 1631, Mel (Bl)
Lucrezia da Conzago che, a detta di un teste, ha voltato il cervello, è ritrovata
morta (pare suicida) dentro una buca della calce:
in camisa solamente,
con capelli et trezze disfatte,
con le cordelle da cao
fuori subito del ditto fosso.
Fu dalli astanti con anghièro
tirato fuori, tirando
per il cavezzo della camisa.(49)
XIX sec., Perarolo (Bl)
Tornando da Falzè, uno zattiere ubriaco infilza con l'angér l'occhio di una
Madonna dipinta lungo la strada.
La sua zattera si capovolge e lui annega.
Poco dopo, la moglie mette al mondo un bimbo. Senza un occhio.(50)
Nel primo e nell'ultimo episodio, l'angér
è chiaramente visto e usato come arma di offesa. A Malnisio, il 24 giugno non è periodo
di fluitazione; dobbiamo perciò pensare a vera e propria premeditazione. A Perarolo, lo
zattiere sembra brandire l'attrezzo contro l'aldilà.
A Sorriva, l'anghiere serve per non entrare in contatto con i cadaveri ed evitare il
contagio: presidio sanitario che garantisce la distanza consigliata dall'epidemia. A Mel,
viceversa, permette di superare il pericoloso ostacolo della calce viva che ha sfigurato
il corpo della defunta.
In tutti e quattro gli episodi vediamo segni di uso esteso e non specialistico
dell'attrezzo. Testimonianze di diffusione e quotidianità di un utensile che, come tutti
i prodotti umani, fu soggetto a contaminazioni funzionali (fino a che punto improprie?)
ed a conseguenti assestamenti costruttivi.
Fine primo tempo
A termine di una scheda di questo genere, più
che trarre delle conclusioni occorre formulare delle ipotesi di lavoro, secondo le quali
sviluppare e approfondire la ricerca. Le conoscenze sullo strumento angér e i suoi
contesti d'uso sono infatti ancor troppo frammentarie e necessitano di un accurato lavoro
di riordino e omogeneizzazione.
Conoscere meglio gli attrezzi e paragonarli tra loro dovrebbe essere il prossimo passo.
Per fare ciò sarebbe utile una schedatura omogenea dei reperti, così da renderli
effettivamente confrontabili. Un'utile traccia per questa operazione può venire dal
lavoro sugli attrezzi da taglio di uso boschivo realizzato da Mauro Agnoletti.(51)
Una volta descritto, ciascun attrezzo dovrebbe essere debitamente collocato
territorialmente individuando luogo di produzione, d'uso (per aste fluviali o
torrentizie), di rinvenimento (non sempre legato ai precedenti) e di attuale conservazione
(soprattutto per i pezzi privati).
Analoghe precisazioni dovrebbero essere ricercate per le epoche di costruzione, d'uso
(spesso secolare), di rinvenimento e di rilievo-schedatura (specie per gli oggetti fuori
dai musei).
Necessarie appendici a queste operazioni saranno sia il rinvenimento dei nomi di
costruttori, utilizzatori e possessori, sia una più ampia ricerca di nomi e biografie di menadàs
e zattieri.
Solo dopo questi essenziali approfondimenti saranno possibili delle analisi e delle
sintesi precise che diano una lettura, sia verticale (dell'evoluzione tipologica,
intesa come ricostruzione delle idee di angér sottese dai singoli manufatti), sia orizzontale
(ovvero degli usi propri e delle correlate varianti costruttive). Senza perdere
d'occhio le quotidiane riletture cui ogni attrezzo va soggetto.
giugno 2000 |
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